Una giornata in Tribunale con Alfredo Avella

UNA GIORNATA IN TRIBUNALE CON ALFREDO AVELLA
di Paolo Miggiano*

 

 

Scrivo queste mie brevi riflessioni, affinché il privilegio di essere stato una giornata in Tribunale con il nostro Alfredo non sia stato un privilegio riservato solo a me.

 

 

Siamo rimasti soli. Io ed Alfredo Avella. Soli in una grande aula di giustizia del tribunale di Napoli. Alfredo é il padre di Paolino, un giovane di 17 anni di Pollena Trocchia, ucciso a San Sebastiano al Vesuvio il 5 aprile 2003 da due giovani criminali che tentarono di sottrargli il motorino. Il Collegio giudicante, composto dal presidente, giudici a latere e giudici popolari, si é ritirato in camera di consiglio per decidere. La decisione non deve essere semplice. Il Collegio giudicante della Corte di Assise di appello deve decidere i profili di responsabilità penale di Luigi Minichini, imputato dell'omicidio di Paolino. La Suprema Corte di Cassazione ha rinviato gli atti alla Corte di Assise di Appello di Napoli della sentenza di condanna in secondo grado per un difetto nella motivazione. Gli avvocati della difesa dell'imputato, così come l'avvocato che difende la famiglia di Alfredo, hanno lasciato anche loro l'aula. Hanno altre incombenze giudiziarie da svolgere. Siamo soli. Ci guardiamo. Incominciamo a chiacchierare. Cerco di cambiare discorso, di portarlo fuori da quell'aula e da quei pensieri che inevitabilmente lo tormentano. Ho seguito tutte le udienze del processo di appello. Quando posso cerco di non mancare alle udienze dove sono coinvolti familiari di vittime innocenti. Non lasciare sole queste persone é un dovere istituzionale della Fondazione Pol.i.s., oltre che morale. So che la possibilità che venga emessa una condanna non favorevole alla famiglia di Alfredo non é poi tanto remota. E lo sa anche Alfredo. Lo sa, perché anche lui é un avvocato, civilista ma pur sempre un esperto del diritto. Percepisco i pensieri smarriti. Persi nei ricordi. Ricordi che si porta dietro da dieci anni. Alfredo, al contrario di me, é un uomo robusto, ma la tenerezza e la mitezza che esprime me lo fa percepire più minuto ed indifeso. Nonostante la temperatura sia ancora tiepida, non si toglie mai Il soprabito. I capelli corti e bianchi, pettinati all'indietro. La faccia pallida e melanconica. E lo sguardo, dietro agli occhiali bianchi, é lontano. Forse é fermo a quelle scene che gli ricordano il figlio Paolino, perso troppo prematuramente.

Parliamo degli impegni. Della necessita di rivedere in qualche modo anche il suo impegno nella società come familiare di vittima innocente. Della necessità di trasformare in fatti concreti tanto impegno. Parliamo del processo, ma anche d'altro. Nonostante tutto Alfredo non si sottrae neanche a qualche battuta. Quelle che facciamo quando siamo soli e scherziamo. Si, perché anche chi ha perso un figlio così drammaticamente ha il diritto di lasciasi andare, almeno per un momento. Passano quasi tre ore e finalmente si incominciano a vedere i primi segnali che ci fanno capire che il Collegio giudicante ha terminato il suo lavoro. Dalla porticina che dà nell'aula si affaccia il cancelliere, poi un carabiniere e poco dopo anche qualche giudice popolare. Chi come Alfredo é abituato a frequentare le aule di giustizia sa che quello é il segnale. Che gli avvocati possono essere chiamati a rientrare in aula perché da li a qualche minuto il Collegio farà rientro in aula.

La sensazione si rivela esatta. La Corte entra in aula e finalmente il Presidente, in nome del popolo italiano, da lettura del dispositivo di sentenza. Un dispositivo di appena una pagina dattiloscritta. Per leggerlo il Presidente impiega pochi minuti. Sono minuti interminabili. Il linguaggio é quello tecnico - giuridico, ma non ci vuole molto per capire che la decisione del giudice non é favorevole all'imputato. Luigi Minichini, infatti, viene dichiarato colpevole del reato di cui agli articoli 110 (concorso di persone nel reato), 586 (morte come conseguenza di un delitto) in relazione all'art. 589 c.p. (omicidio colposo) e condannato a 9 anni di reclusione, alla rifusione delle spese legali ed al risarcimento dei danni provocati alle parti civili, oltre all'interdizione dai pubblici uffici. Alla lettura della sentenza Alfredo rimane fermo. Lo sguardo ancora più assorto nei pensieri, ma io non me ne accorgo. Passano dei momenti interminabili. Gli metto una mano sulla spalla ed Alfredo ha come un sussulto. E finalmente mi accorgo, con un po' di imbarazzo da parte di mia, che in quel momento Alfredo non era in quell'aula. Che era certamente con Paolino. Alfredo alla lettura della sentenza non sembra del tutto soddisfatto. Del resto nessuna condanna gli ridarà l'affetto del figlio. La pena inflitta all'imputato é stata ridotta di tre anni. Comunque per Alfredo, che conosce il diritto, si tratta di una sentenza da accettare, come ha accettato in questi anni le altalenanti decisioni dei precedenti giudici. Alfredo del resto non é stato mai animato da desiderio di vendetta.

É stata una giornata lunga e faticosa, soprattutto per Alfredo. L'esito non era scontato e forse non lo ha lasciato del tutto soddisfatto. Dopo la sentenza ci raggiunge anche Bruno Vallefuoco. Bruno é un altro papà che ha perso uno dei suoi figli a causa di una camorra impazzita. Si chiamava Alberto. Quando Alfredo vede Bruno arrivare gli va incontro e lo abbraccia. Lo aspettava! Discutendo ci allontaniamo dall'aula. Prendiamo un caffè al bar con gli avvocati. Poi facciamo il percorso in macchina per rientrare ognuno al suo ufficio e ci salutiamo. E mentre ci salutiamo Alfredo me dice: Paolo, meno male che oggi ci sei stato tu a farmi compagnia. Senza di te mi sarei sentito molto più solo. Il giorno dopo, Alfredo mi manda questo messaggio: "Carissimo Paolo, spesso ci chiediamo, mi chiedo se é possibile condividere un dramma o é solo un luogo comune. Ieri sei stato al mio fianco e non mi hai lasciato solo un minuto in un momento per me difficilissimo. E allora é possibile, tu lo hai fatto. Alfredo".

Ecco, credo che questo messaggio inviato sul mio telefonino sia un messaggio rivolto a tutti noi che ci sforziamo di condividere un dolore, semplicemente stando vicino a chi soffre.

*(Scrittore – Coordinatore Fondazione Polis)

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